L’essere affetti da una malattia incurabile non è sufficiente a scriminare la condotta del medico che ritardi di molti mesi la corretta diagnosi. Anche il prolungamento della vita, di settimane o anni, è infatti un elemento che va preso in considerazione ai fini della valutazione della responsabilità penale (e civile) del medico. E’ questo il principio stabilito dalla IV Sezione penale della Corte di Cassazione, con la sentenza numero 50975 dell’8 novembre 2017, annullando con rinvio ai soli effetti civili, vista la prescrizione del reato, la sentenza di assoluzione “inspiegabilmente” emessa dalla Corte di appello di Bari. Lo specialista era finito sotto processo per omicidio colposo per aver scambiato un tumore al pancreas per un’ernia iatale, arrivando alla corretta diagnosi soltanto quando la malattia era ormai in fase troppo avanzata per qualsiasi intervento. Per la Suprema Corte, quindi, nella valutazione della responsabilità, sia civile sia penale, del medico non può non essere preso in considerazione il mancato prolungamento della vita di settimane o addirittura di anni derivante dall’errore, a prescindere dall’esito infausto e inevitabile della patologia.

I giudici di merito avevano fondato la discutibile assoluzione del sanitario sulla circostanza che la patologia pancreatica, viste le conoscenze attuali, era ad “esito infausto inevitabile” e che solo questa era stata la causa della morte, mentre l’azione del medico non poteva evitarla.

Al contrario per la Suprema Corte, dato per scontato che in tutti i casi di morte conseguente ad errore diagnostico “la causa della morte è sempre la patologia”, va valutato “se vi sia stata una colpevole omissione nel disporre gli opportuni accertamenti diagnostici”. Nel campo oncologico, si osserva, assurge a fatto notorio che la diagnosi precoce è fattore di assoluto rilievo. In taluni casi per approntare delle terapie salvifiche. In altri – come in quello del tumore al pancreas – per apprestare un intervento chirurgico e delle terapie molto probabilmente non salvifiche, ma idonee quanto meno ad allungare significativamente la vita residua del paziente.

Non può dunque escludersi la responsabilità del medico il quale colposamente non si attivi e contribuisca con il proprio errore diagnostico a che il paziente venga conoscenza di una malattia tumorale, anche a fronte di una prospettazione della morte ritenuta inevitabile, laddove, nel giudizio controfattuale, vi è l’alta probabilità logica che il ricorso ad altri rimedi terapeutici, o all’intervento chirurgico, avrebbe determinato un allungamento della vita, che è un bene giuridicamente rilevante anche se temporalmente non molto esteso.

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